Syria, the slow return to life

by Giorgio Bianchi

Occupata dal febbraio del 2012 a maggio del 2014 dai miliziani di Jabhat Al Nusra, Homs, città simbolo della guerra e della distruzione in Siria, è stata riconquistata da pochi mesi e ora sta tornando lentamente a vivere. Il quartiere più colpito dai combattimenti è stato quello multiconfessionale di Al Hamydyya, situato sull’arteria centrale della città, una zona altamente strategica. Gli edifici sono degli scheletri che si concatenano l’uno dopo l’altro. Per stanare le postazioni dei ribelli e non perdere uomini in una guerra casa per casa, il governo siriano aveva ordinato l’evacuazione dei civili e deciso di sacrificare tutte le abitazioni. Le strade sono strette e silenziose, dall’alto dei palazzi il panorama è apocalittico, eppure da un po’ di tempo, ora che l’area è stata completamente bonificata dagli ordigni esplosivi, i residenti stanno ricostruendo le loro case e i commercianti i loro negozi. Lo stesso avviene qualche chilometro ad est di Homs, percorrendo quel lungo sentiero d’asfalto scolpito sulla sabbia che conduce a Palmira, “perla del deserto”, antica città siriana un tempo sulla Via della Seta dell’imperatrice Zenobia, poi bizantina, divenuta infine araba. Tornata sulle prime pagine di tutto il mondo nel mese di maggio del 2015 a causa dell’occupazione del gruppo terroristico di Daesh (Stato Islamico), Palmira è stata riconquistata dall’esercito siriano nel marzo dell’anno successivo, ripersa ed infine ripresa nel marzo del 2017. Il viale che anticipa il sito archeologico spalanca ancora le porte ad un panorama mozzafiato che però esclude il santuario di Bel, il tempio di Baalshamin e l’arco di trionfo romano, millenarie rovine fatte esplodere dai miliziani del Califfato. Ma dietro la furia iconoclasta c’è anche il pragmatismo e la furbizia di chi sa maneggiare il denaro. All’interno del museo i reperti archeologici sono letteralmente spariti, la maggior parti di essi venduti sul mercato nero internazionale o finiti in qualche collezione privata. Il teatro romano diventato palcoscenico delle decapitazioni gettate sui nostri schermi è solo un ricordo, la via colonnata traccia per una seconda volta il confine tra le barbarie e la civiltà (Testo a cura di Sebastiano Caputo).