Spartak, life and war among rubbles and bunkers.

by Giorgio Bianchi

Varie decine di migliaia tra morti e feriti, oltre un milione di profughi. La guerra civile del Donbass ha letteralmente cancellato dalla cartina geografica intere città e villaggi insanguinando, per la prima volta nel ventunesimo secolo, il suolo del continente europeo. Uno strano destino per due popoli – quello russo e quello ucraino – che fino al 1991 facevano parte della stessa nazione, l’Urss. Spartak è un villaggio situato 3km a nord di Donetsk, la capitale dell’autoproclamata repubblica omonima; prima della guerra vi abitavano circa 5000 abitanti oggi soltanto 45. Dall’inizio del conflitto, a causa dei combattimenti, a Spartak sono morte circa 210 persone mentre non esiste una cifra esatta del numero dei feriti. Quasi tutti residenti sono fuggiti chi in Ucraina, chi a Donetsk, chi in Russia mentre altri sono stati riallocati nei dormitori gestiti dal governo. Oggi Spartak sembra un luogo sopravvissuto ad un olocausto nucleare nel quale si muovono come ombre i sopravvissuti. Tra le macerie delle villette a schiera e lungo i viali deserti si aggirano branchi di cani randagi mentre il silenzio spettrale è rotto soltanto dal rumore delle lamiere agitate dal vento e dai suoni della guerra che qui come in molti altri posti situati lungo la linea del fronte incombe con tutto il suo carico di orrore. I 45 superstiti vivono ormai da tre anni a Spartak senza né luce, né acqua corrente, né gas; durante la giornata o svolgono lavori socialmente utili per la comunità oppure si dedicano alla riparazione delle loro abitazioni ma al calar della sera, quando i combattimenti si fanno più intensi, si rifugiano nel sottosuolo presso improvvisati bunker ricavati nelle cantine degli edifici più grandi. All’interno di questi rifugi di fortuna ogni occupante ha stipato le cose più care oltre tutto il necessario per far fronte ai rigori dell’inverno o a giorni di prolungata attività dei bombardamenti. Ogni abitante riceve dalla municipalità della vicina città di Yasinovataya una paga mensile che si aggira attorno ai 3000 rubli per il lavoro svolto a vantaggio della collettività.
Le case e i rifugi vengono riscaldati con stufe a legna costruite artigianalmente, la fioca luce è diffusa da lampade a led alimentate da batterie di automobili, l’acqua potabile viene portata da un’autobotte il martedì e il venerdì, il pane viene distribuito il martedì. Ogni due mesi la IRC fornisce a ciascun residente un pacco di aiuti umanitari. Con l’arrivo della primavera ogni abitante di Spartak si dedica alla cura del proprio orto, ulteriore fonte di sussistenza assieme ad alcuni animali da cortile allevati all’interno degli spazi comuni. Distando le linee dell’esercito di Kiev poche centinaia di metri dagli ultimi caseggiati di Spartak, tutta la zona è stata minata e alcune abitazioni in disuso, opportunamente  fortificate con trincee e bunker sotterranei, sono state adibite a postazioni militari per prevenire un possibile avanzamento da parte delle truppe governative. Militari e civili si trovano così a convivere a stretto contatto nello stesso martoriato fazzoletto di terra condividendo quotidianamente gli stessi pericoli e i medesimi disagi (Testo di Giorgio Bianchi).