Behind Kiev’s barricades

by Giorgio Bianchi

Fin dal novembre 2013 centinaia di migliaia di manifestanti ucraini hanno occupato Kiev’s Independence (Maidan) Square ed alcuni importanti palazzi governativi o di rappresentanza.
Inizialmente i manifestanti si sono riuniti per protestare contro la decisione del Presidente ucraino Viktor Yanukovych di rinunciare ad un accordo che avrebbe portato l’ Ucraina ad un passo dall’ abbracciare l’ Unione Europea. In seguito ad una violenta azione repressiva della polizia, le manifestazioni sono cresciute in dimensione ed intensità ed hanno iniziato a puntare alla destituzione del governo ritenuto corrotto e brutale. La polizia ha tentato più volte, senza esito, di sgomberare gli accampamenti sorti nel frattempo nella piazza. Il mio reportage fotografico abbraccia un arco di tempo che va dal 16 febbraio 2014, data che segna una escalation nella violenza delle manifestazioni,  ai primi di marzo 2014, periodo che segna l’ inizio della crisi in Crimea. Durante questo periodo ho avuto modo di riprendere scontri tra manifestanti e forze dell’ ordine che ricordavano, per gli strumenti di offesa e di difesa, più che altro un modo di confliggere appartenuto ai cosiddetti “secoli bui” del Medio Evo, il tutto avvolto da una persistente coltre di fumo generata dai copertoni usati dati alle fiamme per impedire l’ avanzata delle formazioni a testuggine dei temibili Berkut ovvero le forze speciali antisommossa del presidente Ucraino. Una vera e propria guerra di posizione che ha visto uomini di entrambi gli schieramenti battersi per guadagnare o riguadagnare centimetri di terreno attorno agli edifici governativi. E così capitava di assistere alla distruzione delle barricate da parte della polizia ed alla loro successiva riedificazione, più alte e robuste che mai, da parte dei manifestanti. Tonnellate di detriti si accumulavano ora dopo ora per le strade per poi essere puntualmente rimossi ed ammassati sulle barricate da migliaia di manifestanti operosi come le formiche alle quali si tenta di distruggere il formicaio. Ma alla fine il 20 febbraio il clangore dei bastoni, delle spranghe, dei manganelli sugli scudi ha lasciato il posto al seccoe ritmico rumore delle armi da fuoco di precisione che hanno fatto strame dei manifestanti che tentavano di avanzare verso i palazzi governativi. Se alla fine non si è riusciti a fare chiarezza su chi ci fosse dietro i mirini di precisione certo è che sul campo quel giorno sono rimasticirca settanta manifestanti falciati dai colpi di invisibili cecchini appostati sui tetti. Ma da quel momento è stato segnato un punto di svolta nella vicenda: al mattino del giorno seguente i Berkut si sono dissolti la polizia ha abbandonato le postazioni e da quel momento c’ è stato posto solo per la commemorazione delle vittime e per un lento e graduale ritorno alla vita di tutti i giorni. (Testo a cura di Giorgio Bianchi).